lunedì 22 aprile 2013

Maledetto sia il pomodoro.


Il tagliere è quasi vuoto e riesco a vederne i confini, e oltre.
So bene cosa mi aspetta, e non lo temo; quando son nato mi han detto le cose come stanno, e ho avuto tempo per prepararmi, un lusso non concesso a tutti.
Molti intorno a me ancora si chiedono cosa stia succedendo, chi inizia a capire è sempre più nervoso.
Io sono solo uno spicchio d’aglio, su questa tavola siamo tutti diversi ma faremo tutti la stessa fine, forse è questo che non sopportano.
Ieri l’altro pensavo ai fatti miei come sempre (non ho tanto da fare, fra la crisi e il fatto che sono uno spicchio d’aglio), e mi trovo di fianco sulla mensola una patata appena scavata dall’orto dietro casa.
Fatemi spiegare, vengo da lì pure io, ma quando arrivai ero ben più informato di lei.
Questa cretina quasi non aspetta che la donna chiuda, a momenti si fa sentire, mi guarda e fa: “Cristo amico! Non vedevo l’ora! Finalmente fuori! Vedrò il mondo! Andrò all’università, scoprirò me stessa e lascerò un segno! Per dio, mesi sottoterra con i miei genitori sempre fra le palle, finalmente potrò essere libera!”.
Ora, cosa volete dire a una così? Niente. Sorrido e le dico “Li farai neri bella!”, tanto è giovedì, e ogni venerdì sera il piccolo reclama le sue patatine fritte.
Una porzione. Una patata.
Non mi sogno nemmeno di darle confidenza.
Non che abbia mai iniziato, è il triste destino dei più svegli. Non ti fidi mai.
Che sia per paura di sbagliare, o perché ti han già detto come va a finire, tendi comunque a dosare con attenzione ogni apertura verso il mondo esterno. Poco merita fiducia.
Tutti quelli che mi son passati a fianco, durante la mia vita relativamente breve (anche se tutte le vite sono “relativamente” brevi), erano convinti di poter cambiare qualcosa in questo mondo; non avevano il minimo indizio di essere solo pedine, vive solo finché utili al sistema.
Mi hanno sempre fatto ridere, e chissà perché, giunto al mio ultimo rintocco, io non riesca a pensare ad altro che a loro.
Alle carote, contente di essere così rigide e diritte, alla loro sicurezza, alle gare a chi fosse più rigido e dritto.
Agli asparagi, convinti che avrebbero cambiato il mondo, quando in realtà hanno solo profumato qualche pipì.
Alle patate, alla loro ingenuità, che le ha lasciate indifese e spappolate in un purè.
Ma soprattutto, ai pomodori.
E’ stato uno sbaglio fidarmi dei pomodori, ma è difficile resistergli, così convinti, così impegnati e intransigenti.
Credevo ci avrebbero portati fuori da questo limbo di paura e indifferenza, dove i più fortunati sono quelli che sanno che saranno fatti a pezzi, e agli ultimi nulla è concesso, a parte lo sgomento quando è ormai troppo tardi.
I pomodori non avevano nulla in più degli asparagi o delle carote, ma avevano un’idea, talmente bella che nessuno ci credeva; ma per loro non contava, a tutto erano disposti pur di veder realizzato il loro ideale, ed è per questo che hanno più colpe di tutti.
Potevano farlo, e non l’hanno fatto.
Si sono persi.
Guardando le carote hanno iniziato a fare a gara a chi fosse più grosso, guardando gli asparagi hanno combattuto per stabilire chi più profumasse l’aria.
Son diventati la pallida imitazione di quello che erano, e non sono nemmeno giunti all’onorevole morte in padella, sono finiti in un bidone appena si son guastati.
Loro è la colpa di quello che gli è successo, e di quel che accadrà a noi d’ora in poi.
Penso a loro, e a me, convinto di esser più furbo.
A me, mai schierato, sempre nel giusto perché mai sbilanciato.
Ora che tutti hanno provato e tutti hanno fallito, mi trovo sotto la lama finale, e mi chiedo cosa sarebbe cambiato se ci fossi stato anch’io.
Se mi fossi unito a chi voleva combattere.
Mi pongo queste domande sotto l’ultima lama, e mi rendo conto di essere stato più stupido e patetico di tutti.
L’unica cosa alla quale ho pensato è stata arrivare preparato alla conclusione, senza mai pensare a cosa fare durante il percorso, e a questo punto tanto vale usare la mia battuta di uscita, è l’unica cosa che l’essere un aglietto presuntuoso mi concede, e non è neppure granché. Vabbè.
Sapete cosa dice uno spicchio d’aglio romano quando capisce di essere spacciato? “Sòffritto”.