venerdì 15 febbraio 2013

LaStagione - Ep. 1 - Ciccione (Diciottogiugno)


Ciccione.
L‘unica cosa che hai detto è stata “caffè”, nonostante io ti abbia sorriso un “buongiorno”, ti trovi già in deficit, sul piano della cortesia, ma non fa nulla.
Ti faccio il “caffè”, lo poggio sul bancone, caldo e profumato, l’aroma si spande, e tu dici la tua seconda parola, “macchiato”.
Va bene, è una richiesta normale (anche se diventa sempre piu' evidente l’assenza del perfavore), ma farei quasi notare che “macchiato” andrebbe detto subito dopo “caffè”, essendo un’indicazione utile alla preparazione del caffè come piace a te.
Ciccione.
Sto macchiando il caffè nel momento sbagliato, incrinando la piccola sequenza di azioni ben collaudate che mi permette di lavorare in maniera precisa, come piace a me.
Oggi son ventotto giorni senza un giorno libero, e andrà avanti così per un bel po’.
Ti spiego, così mi capissi.
Lastagione, come si dice in gergo, è un periodo (da fine maggio a inizio settembre nei casi piu' ordinari) di lavoro sine sosta, senza un giorno libero, anche se sul contratto c’è scritto che lavori tre ore ogni due domeniche (ammesso, e non concesso, che tu ce l’abbia, un contratto. In caso contrario il capo ti avrà detto qualcosa tipo “Non preoccuparti, è tutto in regola, puoi stare dietro al banco, ma se arriva un controllo tu sei un panino. Sisi. Digli così. Nega tutto. Capito? Bravo.”).
La cosa tende a renderti nervoso, e porta ad attaccarti a cose bizzarre, come la piccola routine lavorativa di cui sopra, sì?
Così, capito? Uno lavora un sacco, gli dicono che i giovani non channo piu’ voglia di far fatica, mentre tempo fa uno se gli davi mezza cipolla e un biglietto per il vaudeville ti tirava su un muro di tre metri, e ti verniciava lo steccato in segno di riconoscenza, ma tanto oggi non sapete nemmeno cosa voglia dire.
Ti girerebbero i marroni? Sì, te lo dico io.
Ecco appunto, uno lavora un sacco, almeno facciamolo lavorare tranquillino come piace a lui.
Ciccione.
Hai già aperto la bustina di zucchero, e tieni il lato aperto rivolto al cielo, appoggiando il gomito sul bancone.
Non mi permetto certo di pensare che tu voglia mettermi fretta, ma la tua posa, un pochino lo suggerisce, sicuramente.
Non mettermi fretta.
Ho molto caldo, dietro il bancone fornetto e macchina del caffè sono accessi e ronzanti, scaldano ancor di piu’. La macchina del ghiaccio e il frigo dei gelati, che a te offrono sollievo e refrigerio, sono per me fonte di tigna e caldoni. 
Ho sonno, ho aperto alle sette e sono le undici, e ho bevuto cinque caffè, uno ogni 48 minuti, quindi ho anche la cacarella, ma non posso andare in bagno perché son da solo.
Non mettermi fretta.
Non guardarmi così. Giuro che salto di là. Giuro che salto di là e ti infilo una tazza da cappuccino in bocca. Lo faccio. Ciccione.
Decido di perdere la calma.
Allungo il braccio oltre il bancone e lo afferro per un orecchio.
“Dimmi buongiorno, immediatamente, o te ne vai senza denti. Dimmelo.”
Tiro sempre piu’ il suo orecchio, le nostre facce si avvicinano, vedo lo sgomento che colora il suo viso, rendendolo simile a quello del mio cane quando alzo la voce.
La sua reazione mi suscita un ghigno, l’omone maleducato che mi stava di fronte è diventato un bambino grasso, alla mercé del bullo giustiziere.
Mi godo ancora un secondo la sua espressione, e pregusto il ceffone che gli smollerò fra un secondo.
“Perché mi fissa?”
La trance arcadica nella quale mi ero rifugiato svanisce.
Macchio il “caffè”.
Dico “niente, scusi” e gli servo il “caffè”.
Con una mossa istintiva mi piazzo dietro la macchina del “caffè”, nell’angolo cieco, dove nessuno può vedermi, e chiudo gli occhi un secondo.
Calma.
Ho sonno, ho caldo, devo fare la cacca, non so quando arriverà il cambio, ma almeno sono le undici, fino a pranzo ci sarà poco da fare.
Ciccione paga e si incammina verso lo sdraio.
Rollo una sigaretta, esco dal bancone portandomi dietro anche la scopa, tanto per fornirmi un alibi.
Fumo. Che bello fumare.